Alle 22, 07 scopro il valore del tempo. Guardo i particolari di questa stanza d’albergo per illuminare il sentiero alla noia. Non c’è la bibbia nel cassetto, ma il comodino ha l’immancabile abatjour. Che bei parati crema. Hanno un effetto di filigrana, sembrano un mare di cartamoneta. Grande lo specchio, squadrato, alto, e riflette una tv discreta, accesa su un telefilm americano, di quelli d’azione. Ah, le piastrelle sono di vera ceramica vietrese, quelle mi ricordano continuamente che sono a Positano. Anche se camera mia guarda il costone e poche luci d’inverno. Se non sapessi che a qualche centinaio di metri c’è il mare, che tra salite e discese, gradini e vicoli vanno in giro gatti e foglie morte, penserei di essere in un luogo diverso. E invece è proprio qui che sono. Forse l’ennesimo sbaglio. Ma è così grande il richiamo di questo presepe di case, che preferisco sentirlo respirare tra i muri e il vento, invece di immaginarlo dalla mia città. Domani, se ne avrò voglia, scenderò a risentire la sabbia, per il gusto di vedere le baracche del mare con le assi inchiodate e la stagione crocifissa, cercando per pranzo un posto aperto dove sfuggire alla tramontana, che sempre mi ritrova. Per questo guardo l’orologio. Volano i minuti, fugge ogni pensiero, e hai voglia a fermarlo. No, forse so io come fare. Prendo dal minibar dello cherry. Lo verso nel bicchiere e lo guardo contro il buio della finestra. Riflessi rossi, profumo di legno vecchio e ciliege. Il telefilm è finito, anche il bicchiere. Ne prendo un altro. La vodka liscia può fare molta buona compagnia. E dare troppa sete. Ecco, ora non so dirti con precisione che ora sia. Ma è importante? Pensi sia importante? Forse neanche rivedere la sabbia lo è, forse domani pioverà, e se anche tenesse, scendere per centinaia di metri mi farebbe solo stancare. C’è rimasto solo del vino, ma neanche buono. Un vinaccio. Lo bevo e sa di promesse mai mantenute, di polvere, e brutte bugie. Ma non riesco a sputarlo via. Voglio ricordarlo. E forse almeno lui, domattina, si ricorderà di me.
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Gianluca ha inventato (o reinventato) un genere letterario: il racconto intimista breve. Poche righe a descrivere uno stato d’animo, una situazione dello spirito, un momento, spesso di solitudine.
Asciutto, secco, amaro.
Uno stile inconfondibile minimalista ed intenso.
L’ho apprezzato.
E i racconti brevi funzionano bene quando sanno lasciare il non detto come non detto: ma intuibile. Uno stato d’animo, o qualcosa di cui non si vuole parlare; ma che si capisce, per vicinanza umana.
Grazie, Gianluca!
Bello, breve, ben scritto, mi è piaciuto !
Max.
Gian lo sia che adoro come scrivi. Raconti un momento che io o chiunque altro può aver vissuto. In poche righe tu racconti tutto, non lasci nulla al caso, tutto dosato, chiaro e sempre però quell’apertura all’intimo che mi intriga. Bravo bravo.
Dany
Atlanta, 1996
Io che commento sempre, per un momento mi tolgo la cuffia. Cerco di asciugarmi la fronte, ma è inutile in questa notte umida e bollente di Atlanta. E faccio un numero italiano, a Bologna.
Bella! Io bene, tu? No, solo tanta sete… Ci danno da bere solo Coca Cola, Katia. Filippo sta bene, questo è l’importante. A Houston ho parlato con MacKenzie, dice che possono operarlo… Ma cosa vuoi che me ne freghi dell’incontro!…
Comunque, il fuorivasca poteva anche non darcelo, in diretta l’ho detto, non ho mica paura, io. Almeno, non della Rai. Dai un bacio a Filippo, io mi cerco un bicchiere d’acqua. Questa notte è troppo, troppo calda.